Mosè (b) - Dio rivela il suo Nome
"Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio" Es 3,6 Il sacro timore è sempre un sentimento forte che ci investe nel profondo non appena avvertiamo che è stato rimosso o anche solo lacerato quel velo esistente tra noi e Dio ed è stato messo a nudo lo splendore divino che la nostra vista fisica e intellettiva naturalmente non può sostenere. Presso gli antichi Ebrei il sacro timore è molto sentito. Sono tanti i passi biblici (Es 19, 21; 33,20; Lv 16,2) in cui leggiamo che l'uomo non può vedere direttamente Dio e rimanere vivo. Solo l'uomo Gesù di Nazareth, il nostro Gesù, sarà in grado di vedere il Padre e di sostenerne tranquillamente e naturalmente tutta la gloria!
I comuni mortali, quindi anche Mosè, istintivamente si coprono il volto davanti a Dio che si mostra, come a volere che resti il velo tra Lui e loro. Ma oltre al sacro timore in Mosè io vedo anche un certo improvviso smarrimento. L'ordine di Jahvè lo ha sorpreso. Lo sa bene anche lui che gli Ebrei sono oppressi in Egitto. Solo per loro si è messo nei guai. La sua iniziativa di fare qualcosa per loro l'ha pagata molto cara. Si è ritrovato frantumato nel suo orgoglio di uomo stimato, nel suo tenore di vita, nelle sue abitudini. Ed ha faticato parecchio a ricostruirsi un nuovo equilibrio. Ed ora che ha solo voglia di stare tranquillo, lontano dalla gente che lo ha reciso da sè, Dio gli chiede di tornare in Egitto, proprio a corte a parlare al faraone che lo ha condannato a morte! Vedo Mosè come schiacciato da un ordine inaspettato e doloroso da cui però sente di non potersi sottrarre. Chi è lui, povera creatura, per osare un rifiuto al suo Creatore? Un pazzo? No! Non gli resta allora che tergiversare più che può, fare obiezioni, ingigantire le sue difficoltà nel tentativo di far cambiare idea a Jahvè.
"Ecco io arrivo agli Israeliti e dico loro: il Dio dei vostri padri mi ha mandato a voi. Ma mi diranno: Come si chiama? E io cosa risponderò loro?" E Dio come un padre che vuole ridare coraggio ad un figlio che ha sbagliato ed è ancora ferito smonta ad una ad una le varie obiezioni e si serve proprio di lui per rivelare agli Ebrei e all'umanità di tutti i tempi il Suo Nome.
"Dio disse a Mosè: Io sono colui che sono.... ehjeh asher ehjeh" Es 3,14. Ogni volta che mi sono ritrovata a leggere questo versetto ho sempre avuto la sensazione di essere di fronte ad una frase trppo misteriosa per me in cui però ho sempre letto un'idea chiara, ma sommaria: Dio è la pienezza dell'Essere! Questa volta ho provato a vedere da vicino il mistero dell'affermazione. Per avere un qualche successo però ho capito che dovevo fare i conti con un versetto precedente "Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!" Es 3, 5. E li ho fatti questi conti e mi son detta: “Mosè si è scalzato, è solo giusto che mi scalzi anch'io!” E mi sono scalzata.
Quando Dio chiama ad un appuntamento con Lui, cari amici, che si tratti di un incontro straordinario come quello davanti ad un roveto che brucia e non si consuma o ordinario come questo in cui siamo chiamati a far calare nella nostra vita il Suo Nome, se accettiamo l'invito dobbiamo scalzarci, liberarci il più possibile da quanto è incompatibile con Dio, in particolare dalla nostra gretta mentalità, dalle nostre sterili categorie ideologiche, dal nostro orgoglio per entrare a piedi nudi, nell'umiltà, in quell'ambiente umano-culturale-linguistico-in cui il nome di Dio è stato accolto, pregato per secoli e alla fine scritto perché fosse dono prezioso per l'umanità. Io ho fatto bene a scalzarmi. Mi ritrovo con delle belle scoperte.
Ecco la prima: il nome di una realtà e soprattutto di un essere personale, nell'ambiente biblico, come in tutto il mondo semita, è la realtà stessa, la persona stessa. Questo significato del nome l'ho sentito nuovo e mi è piaciuto. Ma non ho avuto il tempo per godermi la piacevole scoperta perché improvvisi mi sono sbucati fuori interrogativi molto seri. Può l'uomo conoscere Dio? Può la mente umana limitata contenere, imprigionare, incapsulare l'Infinito? Può il mio ditale contenere l'acqua del mare? Come mai allora Dio che è, sì, vicino a noi, presente in noi, ma che è anche l' “Inaccessibile”, la “trascendenza inifinita”, ha rivelato il Suo Nome se noi “creature” la Realtà ineffabile a cui corrisponde non possiamo conoscerla ?
Di fronte agl'interrogativi davvero pesanti ho capito che la mia ricerca era solo agli inizi. Ho continuato a cercare ed ecco una seconda importante scoperta: il verbo "conoscere", nel mondo biblico, non esprime la presunzione della nostra intelligenza di appropriarsi di ciò che vuole conoscere per inglobarlo rimpicciolito e magari deformato e contraffatto. Conoscere in senso biblico significa solo entrare in comunione profonda, esperienziale con l'oggetto che si vuole conoscere. Quindi dire che Dio ci ha fatto conoscere il Suo Nome significa solo dire che Dio ci ha dato la possibilità di entrare con rispetto, umiltà, sorpresa, adorazione, amore, in comunione profonda con Lui, nostro Creatore e Padre.
Con questa gran bella scoperta mi è tornato il piacere della ricerca, piacere che mi si è trasformato in godimento dello spirito pensando che Dio dà a tutte le Sue creature intelligenti, fin su questa terra, la possibilità di vivere in comunione d'amore filiale con Lui, sperimentando concretamente nella propria vita personale e comunitaria un po' dell'oceano infinito della sua gioia, della Sua sapienza, della sua onnipotenza, del suo amore di Padre!
Ma veniamo ora al significato letterale dell'affermazione misteriosa "Io sono colui che sono"="ehjeh asher ehjeh".
Il verbo "essere", "hajah", in ebraico non significa essere in senso statico, metafisico, ma essere in senso dinamico, "essere agente", "essere in relazione", "essere presente attivamente". Nell'affermazione esso è usato per due volte nell'imperfetto in prima persona con il soggetto della proposizione, "asher"= "io" . Ora l'imperfetto, nelle lingue semitiche, è uno dei due tempi dei verbi ed sprime il protrarsi dell'azione nel passato, nel presente e nel futuro. L'altro tempo è il perfetto che sprime azione compiuta definita, circoscritta, tempo che Dio non usa perché Egli nel Suo essere e nel Suo agire non è mai compiuto, definito, circoscritto. Quindi "ehjeh asher ehjeh", dal significato che il verbo essere ha nella cultura ebraica e dalla forma verbale con cui lo stesso verbo essere è utilizzato, tradotto nel nostro linguaggio corrente, condenserebbe quello che Dio ha detto a Mosè, ad Israele, all'umanità intera e dice ora a ciascuno di noi:
"Io sono sempre stato, sono e sarò continuamente e liberamente presente in modo attivo nella tua vita" . "Io sono colui che con il mio amore ho sempre voluto, sempre voglio e sempre vorrò illuminare e riscaldare la tua vita e renderla veramente felice sempre, anche su questa terra". "Io sono colui che decido di essere quello che voglio essere e non colui che voi mi fate essere" "Io sono per voi, io sono con voi, ma io non sono uno di voi".
Tutto chiaro, amici? Magari! Come vedete mi sono guardata bene dalla pretesa di spiegare il Nome e quindi l'Essenza di Dio. Mi sono soffermata invece solo su quanto può esserci utile a rivedere l'idea che abbiamo di Dio. E penso che tutti dovremmo rivedere cosa pensiamo di Dio. Finora mi sono accorta che tante incomprensioni e perfino tante liti nei nostri ngs nascono proprio da un'errata idea di Dio. Alcuni cari amici che si dicono non credenti, mentre affermano che Dio non esiste, con tanta leggerezza parlano di Lui come di uno di noi che è alla pari con noi e che perciò lo si può tranquillamente valutare, giudicare e perfino condannare. La democrazia con tutti, anche con Dio!
Ma spesso a creare incomprensioni siamo noi stessi che ci diciamo credenti. Siamo convinti di parlare del vero Dio e non ci accorgiamo che a volte parliamo solo di una nostra particolare idea di Dio, magari solo di una proiezione del nostro subconscio mal ridotto. Ed ecco allora che ci permettiamo di presentarlo solo come il super poliziotto, sempre pronto a verificare le infrazioni. Le idee sballate di Dio non possono che provocare un netto rifiuto in ogni persona sensata. In questa riflessione su Mosè e sul Nome di Dio mi sono convinta che tutti coloro che ci diciamo credenti, prima di parlare di Dio, dobbiamo impegnarci seriamente e umilmente a livello personale e comunitario ad avere di Dio un'idea più adeguata possibile al suo mistero infinito, mistero su cui Dio stesso ha cominciato ad alzare il velo con Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè... per rimuoverlo poi definitivamente attraverso il nostro Gesù che ci ha detto e dimostrato che Dio è essenzialmente Amore.
Saluto tutti con affetto nello stesso Gesù e nella sua e nostra Madre. Lori