Mosè (d) – Mosè e la Pasqua ebraica
"Il Signore disse a Mosè ... nel paese d'Egitto: ...Il dieci di questo mese ciascuno si procuri un agnello...Per sette giorni voi mangerete azzimi.. Consacrami ogni primogenito" Es 12, 1-14; 12, 15-20; 12, 21-28; 13,1-16
Nei capitoli 12 e 13 dell'Esodo leggiamo che Dio avrebbe dato precise istruzioni non solo sul da farsi nella particolare notte della liberazione degli Israeliti dalla schiavitù egiziana, contenuto che risale al tempo di Mosè, ma anche sul modo di celebrare la festa di Pasqua negli anni successivi al possesso della Terra promessa, contenuto che risulta di parecchi secoli posteriore rispetto a Mosè. La lettura di questi e di altri passi biblici, fatta solo alla luce dei preziosi risultati di una rigorosa esegesi biblica, può renderci piuttosto perplessi.
Ma se non siamo decisamente chiusi nei confronti del Soprannaturale e se con pazienza ci impegniamo almeno un po' anche a conoscere la storia umana e religiosa di Israele le nostre perplessità sono destinate presto a svanire. Io sono qui a dire quello che sono venuta a sapere. Mi auguro che i fratelli Ebrei e Cristiani più esperti di me, intervenendo alla conversazione mettano a disposizione di tutto il nostro ng conoscenze che per la nostra vita spirituale risulteranno certamente più stimolanti e più preziose di quelle che sto per riferire io. Ecco le informazioni che sono riuscita a reperire:
- i sacerdoti e i leviti, custodi della Torah, non si sono mai limitati a tramandare l'insegnamento di Mosè come un insieme di formule statiche fedelmente memorizzate, perché la Torah è sempre stata sentita dal popolo ebraico come l'insegnamento di una tradizione vivente;
- i sacerdoti e i leviti erano così convinti di prolungare l'ufficio di Mosè e così certi che Dio continuava a parlare al Suo popolo attraverso loro che, nell'attualizzare la legge mosaica con le loro applicazioni pratiche, nei diversi momenti storici, riferivano le parole di Mosè fuse e confuse con le loro;
- nell'espressione "Il Signore parlò a Mosè" si è così ritrovato inglobato sia il nucleo che storicamente risale a Mosè sia i vari ampliamenti posteriori, apportati da coloro che hanno avuto l'ufficio di interpretare la legge.
Ed ora cari amici, possiamo riflettere sui versetti trascritti all'inizio del post. Vi leggiamo accenni a due diversi riti di cui uno molto antico, quello del sacrificio pasquale (12,1-14.21-28) e l'altro è più recente, quello dei Massot, con l'accento circonflesso (^) sulla o (= pani senza lievito, in greco azzimi) (12,15-20;13,3-10), (13,2.11-16)
Il sacrificio pasquale era il rito dell'antica festa che si celebrava presso i pastori nomadi o seminomadi nel plenilunio di primavera alla vigilia della transumanza verso i pascoli estivi. Per proteggere il gregge e se stessi dai pericoli personificati da un demone, mashit, i pastori sacrificavano un animale giovane nato l'anno prima e col suo sangue tingevano i pioli d'entrata delle tende o gli stipiti delle porte di casa. E l'animale, arrostito sul fuoco all'aperto, veniva mangiato con pane non lievitato e con contorno di erbe amare, stando con i reni cinti (con la tunica sollevata e fissata ai fianchi con un cordone), i sandali ai piedi e il bastone in mano.
Il rito dei Massot invece apparteneva ad una festa tipicamente agricola, celebrata in Canaan nel mese di Abib, primo mese dell'anno, sempre in primavera, all'inizio della mietitura dell'orzo, il primo a maturare tra i cereali. La festa agricola si protraeva per sette giorni in cui si mangiava pane fatto con cereali nuovi quindi non lievitato e si consacravano e si offrivano a Dio le primizie del raccolto come segno del riconoscimento della sua sovranità assoluta su tutto il creato.
A questo punto logica la domanda? Che rapporto hanno queste due feste così diverse tra loro e così lontane nel tempo con la liberazione degli Ebrei dalla schiavitù dell'Egitto? Le risposte cercate e trovate sono riuscite a soddisfarmi.
La festa preisraelitica del sacrificio pasquale ha solo un legame occasionale. Provo a chiarire. L'uscita dall'Egitto ha avuto luogo proprio in coincidenza dell'antica festa dei pastori che era ormai divenuta presso gli Ebrei "festa di Jahvè" e che, quasi certamente, era la stessa festa che Mosè chiedeva al faraone il permesso di celebrare con tutti gli Ebrei nel deserto.
Il rapporto invece tra l'uscita degli Ebrei dall'Egitto con la festa degli azzimi storicamente è inesistente, ma quel pane azzimo che gli Israeliti prepararono e consumarono in tutta fretta nella notte in cui lasciarono l'Egitto e il potere manifestato da Jahvè sui primogeniti egiziani ed ebrei hanno creato un felice accostamento con la settimana degli azzimi in cui si offrivano e si consacravano a Dio le primizie del raccolto e i primi nati e, dopo la riforma di Giosia verso il 622 a.C., anche la festa agricola è stata unita alla pasqua ebraica.
I riti delle due feste, messi in relazione storica con l'avvenimento decisivo della storia di Israele, hanno acquistato un significato religioso interamente nuovo.
La pasqua presso gli Ebrei è divenuta "zikkaron" (=memoriale) non tanto perché rievocava il grande evento passato, quanto perché rappresentava quell'evento salvifico. Oggetto della celebrazione pasquale, non era solo il ricordo dell'intervento salvifico di Dio e la gratitudine nei confronti di Jahvè, ma una realtà presente e una promessa futura, il passaggio del Signore.
La Pasqua giudaica, attualizzazione dell'opera di salvezza operata da Jahvè a favore del Popolo chiamato con vocazione specialissima a collaborare con Lui nella Salvezza di tutti, ha così preparato la Pasqua cristiana, attualizzazione della Salvezza operata per tutti da Gesù con il Suo passaggio al Padre attraverso la sua Morte e la sua Risurrezione.
L'eterno Verbo di Jahvè, infatti, dopo aver assunto la vita umana per opera del Suo Spirito d'Amore, nel grembo immacolato della dolce Maria di Nazareth, figlia di Anna della Casa di Aronne e di Gioacchino della stirpe regale di Davide, nel quadro della Pasqua ebraica, il giorno prima di offrire la Sua vita al Padre e a noi in modo cruento sulla croce, ha istituito il Sacrificio eucaristico del Suo corpo e del Suo Sangue col quale perpetuare nei secoli fino al Suo ritorno il Suo Sacrificio perfetto. Il nostro meraviglioso Gesù Cristo, Sacerdote e Vittima, "Agnello senza macchia", attraverso i Suoi ministri sparsi ovunque sulla terra, in qualunque momento delle 24 ore della giornata, in ogni latitudine e in ogni longitudine continua così misticamente e realmente ad offrirsi in sacrificio perenne per espiare nel Suo sangue prezioso i peccati del mondo e a farsi nostro mistico Cibo per nutrirci di Sè e generarci alla Vita Eterna.
Saluto tutti con affetto in Gesù e nella Sua e nostra Madre. Lori