Mosè (c ) Mosè e la sua missione

"Mentre si trovava in viaggio, nel luogo dove pernottava, il Signore gli venne incontro e cercò di farlo morire" Es 4, 24

E' questo, senza dubbio, uno dei passi biblici più antichi e più oscuri anche nella sua veste e struttura letteraria. Mosè, dopo aver tentato per ben cinque volte di sottrarsi all'ordine di Jahvè di liberare il Popolo di Israele dalla schiavitù dell'Egitto, finalmente decide di arrendersi. Ma proprio quando sta facendo quello che Dio gli ha chiesto, mentre sta tornando in Egitto, secondo quanto ho tra scritto, verrebbe affrontato dallo stesso Dio che cercherebbe di farlo morire!

Su questo passo si sono impegnati e continuano ad impegnarsi senza grande successo tanti studiosi tra i fratelli sia Ebrei che Cristiani. Trovo molto interessante il fatto che nessuno si sia mai sognato di eliminarlo o almeno di renderlo un po' più chiaro con qualche aggiustatina, magari sostituendo qualche parola o spostando solo qualche virgola. Da quattromila anni circa questo passo oscuro è recitato, pregato, letto e riletto, sempre nel pieno rispetto della sua oscurità. Gli Ebrei e i Cristiani sono così certi che la Bibbia è parola umana oltre che Parola di Dio che, di fronte ad un passo come questo, si sono limitati e continuano a limitarsi umilmente a formulare delle ipotesi di interpetrazione in attesa di nuovi reperti capaci di illuminarlo. Negli scritti midrashici, in particolare nel libro dei Giubilei, si è ipotizzata una fantasiosa soluzione dell'enigma dell'attacco di Dio a Mosè: non sarebbe Dio a voler morto Mosè, ma il principe Mastena (Satana), che vorrebbe liberare gli Egiziani dalla potenza distruttiva di Mosè. Diverse e interessanti anche le ipotesi recenti.

Io personalmente sento di concordare con chi ritiene che il redattore finale, inserendo questo testo tra la chiamata di Mosè e il suo ritorno in Egitto, abbia soprattutto voluto rivelarci il comportamento di Dio nei confronti dei Suoi servi. Provo a chiarire. Subito dopo i nostri primi autentici incontri con Dio, subito dopo che ci siamo arresi a Lui senza riserve e abbiamo stabilito con Lui un buon rapporto di intimità, è molto facile che si crei in noi l'illusione che Dio sia alla nostra portata e a nostra disposizione e cioè un qualcuno di cui possiamo servirci a nostro uso e consumo. Bene, proprio per distruggere sul nascere questa illusione molto deleteria, Dio piuttosto in fretta ci fa fare una forte esperienza, direi traumatica, della Sua assoluta trascendenza e del Suo potere anche su noi che ci diciamo suoi. In che modo? In infiniti modi. In casi straordinari Egli ricorre a particolari esperienze mistiche in cui la nostra umanità è come sopraffatta; in casi ordinari invece ci introduce con amore in una specie di notte oscura in cui ci purifica e ci tempra col fuoco della sofferenza attraverso prove anche molto dolorose.

Se confrontiamo Es 4, 24 e Gen 32, 23-33 ci rendiamo conto che il modo che Dio usa con Mosè e con Giacobbe al fiume Jabbok è lo stesso. A mio parere a tutti e due Dio ha fatto fare esperienze mistiche molto forti. Proviamo ad analizzare i due casi. Giacobbe e Mosè sono entrambi sulla via del ritorno: l'uno verso la terra dei padri, l'altro verso l'Egitto dove ritroverà i membri del suo popolo. Entrambi devono affrontare due avversari temibili: Giacobbe va incontro al fratello Esaù, adirato con lui perché gli ha usurpato la primogenitura; Mosè va dal Faraone a chiedere la liberazione di quegli Ebrei che sono una forza-lavoro a costi zero, perciò tanto preziosa per l'economia e lo sviluppo dell'Egitto. Entrambi, prima dell'incontro con i loro avversari, in piena notte si trovano a lottare con una forza immane, la forza di Dio.

Per tutti e due la forte esperienza del potere misterioso di Dio su loro è positiva. Sarà positivo quindi anche l'esito delle loro imprese. Nel racconto di Gen 32 è detto che al termine della lotta notturna Giacobbe è "benedetto" ed ha un nome nuovo, Israele; in Es 4, 24 è detto che Mosè esce dall'incontro come "sposo di sangue", circonciso, appartenente cioè solo a Dio.

Superata la prova, Giacobbe e Mosè sono pronti a misurarsi con gli avversari umani del progetto salvifico di Dio. Ora sanno che non sono loro, poveri esseri umani, a portare avanti un progetto che li trascende. Si sentono radicati in Dio e perciò corazzati di fronte alle tribolazioni che pure restano tutte da affrontare. Vedo in Mosè, in Giacobbe...in Abramo dei maestri eccellenti capaci di insegnarci il modo giusto di relazionarci con Dio nella piena disponibilità ad accogliere nell'umiltà il mistero della sua trascendenza.

Ed ora, cari amici, veniamo ad un altro passo "..di' agli Israeliti: io sono il Signore! Vi sottrarrò ai gravami degli Egiziani, vi libererò dalla loro schiavitù e vi libererò con braccio teso e con grandi castighi...Es 6, 6

Gli interventi di Dio, più che "piaghe" o castighi", in realtà sono "prodigi", "segni", gesti potenti con cui Dio rivela il Suo ingresso ufficiale nella storia dell'uomo, nella scena del mondo. Prima dei Suoi interventi in Egitto Jahvè si è fatto conoscere solo ai patriarchi Israeliti. Ora attraverso i Suoi interventi visibili nella formazione e nella storia del Suo Popolo si mostrerà gradualmente a tutti i popoli, cominciando da quello potente ed evoluto dell'Egitto.

Il segno-prodigio più noto, perché più spettacolare, è certamente il passaggio del mare. I biblisti hanno trovato indizi chiari della fusione di due distinti racconti, quello di un esodo-espulsione di tradizione Jahvista, appartenente alle tribù del sud, secondo cui si sarebbe seguito l'itinerario più facile e più breve, la via maris lungo la costa mediterranea presidiata dagli Egiziani, e quello di un esodo-fuga, di tradizione Eloista, legata alle tribù centrali (Efraim e Manasse) in cui è Sichem che riporta le ossa del patriarca Giuseppe alla terra d'origine secondo le disposizioni dello stesso Giuseppe prima di morire. Questo secondo esodo, più recente, sarebbe quello guidato da Mosè con un itinerario ben più lungo e disagiato, attraverso la penisola sinaitica, fino al monte di Dio, Horeb-Sinai. Una volta poi giunti in Canaan tutti gli Israeliti si sarebbero ritrovati e si sarebbero confederati fra loro intorno a Jahvè adorato a Sichem (cf Gs 24).

Fatta questa premessa proviamo ora a dire qualcosa sulla traversata del mare avvenuta durante l'esodo-fuga. Il racconto riferito in Es 14,15-31 ci presenta il miracolo in due modi:

- Mosè alza il bastone sopra il mare e questo si divide formando due muraglie d'acqua tra le quali gli Israeliti passano a piedi asciutti. Gli egiziani si buttano dietro a inseguirli, ma le acque rifluiscono e vengono inghiottiti. Questo racconto è attribuito alla tradizione sacerdotale o elohista;

- Mosè rassicura gli israeliti inseguiti garantendo loro che non dovranno fare nulla. Allora Jahvè fa soffiare un vento che dissecca il mare. Gli egiziani vi penetrano, convinti che gli israeliti sono già passati, ma sono inghiottiti dalle acque che rifluiscono. Questo racconto è attribuito alla tradizione jahvista.

Ma il miracolo c'è stato o non c'è stato? Certo! Il miracolo c'è stato! Poco importa se nel racconto antico di quattromila anni non è possibile determinare il luogo e il modo in cui è avvenuto. Quello che conta è che i testimoni hanno "visto" l'evento come un intervento splendido di Jahvè. Proprio perché "videro" i dubbiosi credettero finalmente non solo a Jahvè ma anche anche al suo servo Mosè. ( cf Es 14,30-31) L'intervento straordinario e potente di Dio nella liberazione di Israele dall'Egitto è sempre stato così certo che è divenuto un articolo fondamentale della fede jahvista. Purtroppo è sempre più diffusa la tendenza a negare il miracolo, l'intervento di Dio, non solo nella storia del Popolo Ebraico, ma anche nella nostra vita personale. Sì, Dio ama intervenire anche nella nostra vita personale. I Suoi interventi ordinari e straordinari dovrebbero servirci sia come dei punti fermi solidi a cui aggrapparci nel nostro cammino di fede quando le prove della vita, come sabbie mobili vorrebbero ingoiarci sia soprattutto come occasioni di crescita nell'amore verso Dio e verso il prossimo. Invece no. Anche dopo doni speciali, ricevuti con segni tangibili, che all'inizio riteniamo pazzia negare, smorzate le emozioni forti, profonde del momento, quando dovrebbe iniziare in noi una serena, pacata riflessione per capire e gestire con saggezza ciò che Dio ci ha dato, lasciamo che Satana, il vero nemico di Dio e dell'uomo, si insinui gradualmente nel nostro pensiero e parli in noi con il linguaggio di una apparente sana razionalità. E non ci accorgiamo che piano piano il nemico ci inietta dosi sempre più massicce di razionalismo, figlio primogenito dell'ateismo. E con naturalezza ci ritroviamo prima ad assimilare il fatto soprannaturale agli eventi naturali, il nuovo a ciò che è già accaduto, poi a negare completamente il fatto importante veramente avvenuto. E con grave responsabilità gettiamo via irrimediabilmente quei doni divini che dovevano potenziare le nostre capacità intellettive, affettive e spirituali per renderci idonei a ricevere altri doni preziosi per il bene nostro e di tanti nostri fratelli.

I fratelli Ebrei non hanno mai dubitato dei prodigi compiuti da Dio nella formazione e nella storia del loro Popolo. Proprio perché educati a riconoscere, ad apprezzare e ad accogliere i segni di Dio, folle di Ebrei che erano in Palestina riconobbero in Gesù il vero Messia annunciato ripetutamente da tanti profeti e Lo adorarono sentendoLo come una cosa sola con Jahvè e molti accettarono e predicarorono la fede cristiana che sentirono non come una fede nuova, ma uno sbocco logico, naturale della fede ebraica. Proprio per la loro storia particolare gli Ebrei sono chiamati ancora oggi, a mio parere, ad essere degli specialisti nel riconoscere e aiuatare a riconoscere con umiltà i segni di Dio e nell'accoglierli con gratitudine per crescere nell'amore verso Dio e verso i fratelli di tutta la terra.

Saluto con affetto in Gesù e nella sua e nostra Madre. Lori