La creazione dell’uomo e della donna Gen 1, 26-31 . 2-25

La creazione dell’uomo rappresenta il culmine della settimana creativa. Mentre per le piante e per gli animali della terra è detto: ”la terra produca…” e per gli altri elementi venga impartito il semplice ordine: ”esistano… siano…”, la creazione dell’uomo è preceduta da un’esplicita deliberazione di Dio.

- “E Dio disse: Facciamo…” Si tratta di un plurale deliberativo o intensivo, di un plurale di pienezza o di totalità; in modo un po’ antropomorfico l’agiografo vuole dirci che Dio si raccoglie in se stesso, si autoconsulta, si concentra al massimo nella consapevolezza della grande opera che sta per compiere.

“….l’uomo”à “adam” . Un singolare collettivo che designa la specie umana, il genere umano. E’ probabile che il termine derivi semplicemente da “adamah” = “terra” e significhi quindi semplicemente il “terrestre”.

“….a nostra immagine e somiglianza”. L’uomo è l’unico essere fatto a immagine e somiglianza di Dio. E’ persona e la persona è il più grande valore creato. L’uomo è <esse ad> = <l’essere per>, l’essere capace cioè di aprirsi a Dio e ai fratelli, l’essere capace di pensare, inventare, creare, volere, decidere in libertà, amare.

La somiglianza dell’uomo con Dio è un fatto non statico, ma dinamico. A causa del peccato l’uomo ha in qualche modo deturpato questa sua identità. Solo nell’umanità perfetta di Gesù (e quindi anche di Sua Madre) è possibile vedere quel tipo di umanità che corrisponde al progetto creatore di Dio (Cf Rm 8, 21; Col 3, 10).

“…e domini sui pesci del mare…” L’uomo, proprio per la sua somiglianza con Dio, è chiamato a svolgere un ruolo di  rappresentante, di luogotenente di Dio nella gestione del territorio in cui vive.

Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden” . L’uomo, tratto dall’”admah” e cioè dalla “polvere del suolo” è trasferito nel “gan”, che nella lingua sumerica designa un luogo chiuso, fertile, ben irrigato, lussureggiante.

“…perché lo coltivasse e lo custodisse”. All’uomo introdotto nel gan  Jahvè assegna un compito preciso, delineato da due verbi: lavorare “bd” e custodire “smr” con l’accento breve sulla s. Il primo verbo, impiegato per indicare il lavoro servile, indica l’impegno richiesto all’uomo di collaborare gioiosamente col suo Creatore. L’altro verbo esprime l’idea che il “gan”, il giardino, è un dono che va custodito responsabilmente

“….Allora il Signore fece scendere un torpore sull’uomo che si addormentò” Dio, come un abile chirurgo, addormenta Adamo e gli toglie una “costola”. Il sonno profondo “tardema” impedisce all’uomo di vedere Dio nell’atto misterioso del creare.

Il Signore Dio plasmò la donna con la costola, che aveva tolto all’uomo, e la condusse all’uomo” . Il termine ebraico “sela” con la a lunga, tradotto con “costola” può significare anche “fianco”, termine questo più efficace del primo. Lo scopo infatti dell’autore è di mostrare che la donna è stata tratta dalle ossa e dalla carne dell’uomo e dunque è della sua stessa natura. Questo è vero se essa è derivata dalla “costola” dell’uomo, ma lo è ancora di più se è tratta dal suo “fianco”, cioè dalla “metà” dell’uomo. Un antico rabbino commentava: La donna non è stata tratta dalla testa dell’uomo per essergli superiore; non è stata tratta dai suoi piedi per essergli inferiore; è stata tratta dal suo fianco per essergli compagna di uguale dignità ed essere vicina al suo cuore”.

Quando Dio presenta all’uomo la prima donna, questi esprime in forma lirica ed appassionata la sua gioia, riconoscendo in lei un essere della sua stessa natura. E’ il primo canto d’amore. Sono due gli elementi con cui l’uomo esplicita questo riconoscimento: l’espressione “osso delle mie ossa e carne della mia carne” usata nella Bibbia per indicare consanguineità, parentela, stessa famiglia e la presa di coscienza del “nome” della donna, cioè della sua realtà.

Non è l’uomo che impone il nome alla donna, come al v. 20 per gli animali. “La si chiamerà issa (con l’accento circonflesso capovolto sulle due s) perché dal “is” è stata tratta”.

Per questo l’uomo abbandonerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie” Questa misteriosa complementarità fonda l’attrazione tra l’uomo e la donna, un’attrazione che è più forte degli stessi vincoli di sangue.

E i due saranno una sola carne”. Nell’incontro tra i due si forma una sintesi spirituale-corporale che è la più grande immaginabile sulla terra. Questa comunione esige di essere realizzata a tutti i livelli, non soltanto a livello fisico. Il verbo  “dabaq” (con la l’accento lungo sulle due a) infatti indica una relazione interpersonale molto profonda che va oltre il semplice rapporto sessuale, tant’è che viene usato per esprimere il rapporto di fedeltà che deve intercorrere tra il  popolo e Dio. Proprio perché il legame del matrimonio è più saldo del legame del sangue, romperlo è inconcepibile come è inconcepibile distaccare le membra di corpo. E così implicitamente è affermato il carattere indissolubile e monogamico del matrimonio.

Tutti e due erano nudi, l’uomo e sua moglie, ma non ne provavano vergogna” Nella situazione iniziale la nudità non crea problema perché corrisponde alla condizione creazionale: così sono stati creati da Dio. Non c’è problema ad accettarsi per come si è: sono usciti dalla mano creatrice armonici, sereni, equilibrati; non hanno nulla da nascondere. La vergogna è il sintomo di una situazione di disordine.

Condivido quanto scrive Ravasi: ”La nudità nella Bibbia raffigura quasi visivamente il limite della creaturalità, cioè la situazione esistenziale dell’uomo e della donna. Prima del peccato l’uomo e la donna, in pace con Dio, accolgono serenamente il loro limite di creature. Dopo il peccato, sganciati da Dio, il proprio limite creaturale è visto come un incubo, con paura…Subentra lo squilibrio, l’insicurezza, lo sbandamento e dunque la vergogna della precarietà, della fragilità strutturale”.

Saluto con affetto in Gesù e nella Sua e nostra Madre Lori