Abramo (b)
Ho scritto che ogni autentica vocazione, da quella di Abramo a quella di ciascuno di noi, sgorga da un autentico incontro mistico con Dio. Ora vorrei aggiungere che Dio non si limita mai a darci delle indicazioni teoriche, ideologiche. Ci chiede una libera, attiva, creativa collaborazione ai suoi progetti. Da questo fatto consegue che solo se accettiamo di collaborare Lui può incidere nella nostra vita profondamente trasformandola. Ma spesso, troppo impegnati a gestirci la vita, non ci rendiamo disponibili a uscire da noi stessi. Eppure lo sappiamo chi è Dio e chi siamo noi: Dio infinitamente trascendente e onnipotente, noi totalmente dipendenti e strutturalmente fragili; Dio Santità-Amore, noi meschini peccatori!
Abramo ha avuto l’intelligenza e il coraggio di rispondere generosamente alla chiamata di Dio. Esaminiamo ancora insieme qualche passo di Gen 15-22
“Egli credette al Signore che glielo accreditò come giustizia”. “Credere” evoca il gesto del pastore nomade che, alla sera della sua giornata, conficca il piolo della sua tenda nella parte più solida del terreno per essere certo di avere una dimora sicura nella sua sosta e nel suo riposo. “Credere” quindi significa essere fondato saldamente, essere su un terreno solido, avere perciò piena fiducia in qualcuno, tanto da appoggiarsi solo a lui. La fede di Abramo è un comportamento determinato dal suo abbandono totale in Dio, dalla sua decisione di ancorarsi saldamente a Lui e di accoglierne pienamente i progetti, ritenendo vere tutte le promesse, anche quelle che cozzano contro tutti i ragionamenti puramente umani. Il credere di Abramo insomma non è altro che un riconoscere Dio come Dio e un rapportarsi con Lui in quel giusto modo in cui ogni creatura per dirsi corretta deve rapportarsi.
San Paolo utilizza questo testo per provare che la giustificazione dipende dalla fede e non dalle opere (cf Gal £,6-14), sottintendo però che la vera fede determina la condotta e orienta la vita. S. Giacomo (2,22-24) utilizza il medesimo testo per condannare la fede “morta”, cioè senza le opere dettate dalla fede.
“Gli disse (Dio): -Prendimi una giovenca di tre anni, una capra un ariete..,una tortora..- Andò a prendere tutti questi animali, li divise in due e collocò ogni metà di fronte all’altra…” In questi due versi viene descritto un rito molto arcaico di alleanza di cui si riscontra il corrispettivo nell’ambiente amorrita ed hittita. Alcuni animali venivano uccisi, divisi per metà e disposti su due file. I contraenti passavano in mezzo a quelle carni insanguinate, invocando così implicitamente per loro la stessa fine se non avessero tenuto fede agli impegni assunti. Dio non cessa di stupirci: per stringere un rapporto di alleanza con Abramo ricorre al rituale, che a noi fa piuttosto senso, usato nei comuni contratti umani del tempo, quasi 4 mila anni fa!
Gli uccelli rapaci calavano su quei cadaveri” Attraverso la visione degli uccelli rapaci, che rappresentano le forze demoniache del male, Dio mostra al Suo servo i pericoli sempre incombenti sull’alleanza.
“Ecco un forno fumante e una fiaccola ardente” Attraverso il fumo e il fuoco, segni visivi che di solito accompagnano le grandi divine manifestazioni, Dio mostra di passare fra gli animali divisi e quindi di impegnarsi nell’alleanza.
”Cammina davanti a me” “Sii integro” Dio chiede ad Abramo di vivere alla sua presenza, di camminargli sempre davanti con lo sguardo fisso costantemente su Lui, modello di perfezione. Ma non pretende di brutto la perfezione morale. Dio cammina sempre accanto all’uomo amandolo e quindi rispettandolo così com’è nelle sue singole fasi evolutive: si adatta ai suoi ritmi di libera crescita umana e morale proprio come una mamma adatta con amore i suoi passi a quelli brevi, incerti, irregolari e spesso non corretti del suo bambino.
“Sia circonciso tra di voi ogni maschio” L’adesione di Abramo e della sua discendenza al patto offerto da Dio si esplicita mediante la circoncisione che non è un comando o una legge in più da osservare, ma solo il segno che quanto Dio offre viene accettato. La circoncisione insomma che, presso quasi tutte le popolazioni semitiche, anche in Egitto, era praticata una volta come un rito di iniziazione, un’abilitazione al matrimonio, per Abramo e i suoi discendenti diviene la risposta rituale, simbolica, al dono dell’alleanza. Purtroppo la sua pratica presso gli Ebrei ha portato ad un atteggiamento di falsa sicurezza, alla pretesa di potersi salvare quasi automaticamente senza un profondo cambiamento del cuore. Contro questo rischio insorge già l’Antico testamento (cf Dt 10, 16; Ger 4,4..). Ma è soprattutto San Paolo che richiama alla necessità di “circoncidere il cuore” cf Rm 2,25-29; 1Cor 7,19.
”Dio mise alla prova Abramo” La prova è una specie di collaudo di carico, un caricare al massimo un ponte o una funivia per vedere se regge. Dio provoca Abramo fino all’estremo per costringerlo a dimostrare se la sua fede regge. Fin dalle prime battute quindi il redattore sacro manifesta chiaro che Dio vuole non la morte di Isacco, ma solo saggiare la fede e l’obbedienza di Abramo.
“Prendi tuo figlio, il tuo unico figlio che ami”. Abramo si trova a vivere un momento veramente difficile per la sua fede: quel figlio che Dio gli ha dato contro tutte le leggi naturali, quel figlio che solo può rendere possibile l’adempimento delle divine promesse “Guarda in cielo e conta le stelle, se riesci a contarle...Tale sarà la tua discendenza”, bene, proprio quel figlio ora è richiesto dallo stesso Dio come olocausto!
“Abramo prese la legna dell’olocausto e la caricò sul figlio Isacco” Da 20 secoli la Chiesa ripete che tutta la Sacra Scrittura è un solo libro intitolato “Gesù Cristo”. In questo verso è proprio difficile non vedere in Isacco carico della legna destinata al suo sacrificio il nostro Gesù mentre sale al Calvario carico della croce su cui dall’eterno ha accettato di essere immolato, Vittima perfetta e definitiva, per la salvezza del mondo.
“..Ora so che tu temi Dio” Abramo sostiene la prova continuando a credere e ad obbedire anche nel profondo buio della notte dei sensi e della mente. Gli resta solo una certezza: non è lui che può disporre di Dio, ma è Dio che può disporre completamente di lui e quindi Isacco deve ritenerlo solo un dono, non una sua proprietà su cui vantare delle pretese. Non c’è dubbio: Abramo merita proprio di essere chiamato padre dei credenti!
A conclusione di queste povere riflessioni su Abramo, cari amici, penso siamo tutti convinti che non è facile per nessuno accettare di collaborare con Dio. Rispondere alla chiamata di Dio in modo giusto, adeguato, corretto neppure per Abramo è stato un fatto compiuto una volta per tutte. Anche Abramo ha sperimentato il chiaro-oscuro della fede, le incertezze sulle richieste di Dio. Ho scritto più volte che Dio, finché siamo su questa terra, ama celarsi per farsi cercare con amore da noi, Sue creature.
Leggendo la storia di Abramo è difficile per ogni credente non pensare ai nostri momenti difficili, in cui la fede si ritrova a vacillare durante le prove. E purtroppo, mentre la fede vacilla, torna a volte rafforzata la voglia di riappropriarci di porzioni di quella esistenza affidata a Dio in un trasporto d’amore e sorge vigoroso il desiderio di proseguire il cammino scegliendo strade tutte umane, delle vere scorciatoie, in perfetta antitesi con l’atteggiamento di puro abbandono alla volontà di Dio.
Per fortuna Dio, come ho già detto, non sta mai a guardare. Con amore e con pazienza ci educa e ci rieduca e, alternando consolazioni con tribolazioni, ci conduce a gravitare intorno a Lui per riflettere e irraggiare in ogni direzione la Sua Luce e il Suo calore con cui sciogliere il male glaciale che è in noi e intorno a noi.
Nella speranza che tutti gli amici di questo ng accettiamo di lasciarci incontrare da Gesù di Nazareth, in cui le promesse fatte ad Abramo hanno avuto la loro perfetta e definitiva realizzazione, vi saluto con affetto nello stesso Gesù e nella Sua e nostra Madre. Lori